La Lettera Pastorale
 

La parabola dell'asino

 

Carissimi, sento con tutti voi il bisogno di magnificare con Maria l'Eterno Padre per le tante grazie che nella sua immensa bontà ha voluto donare alla nostra comunità parrocchiale.
Avvenimenti che hanno lasciato nell'anima di tutti segni indelebili.
Questo anno giubilare antoniano è stato per tanti l'occasione per
amare la Chiesa o ancora meglio per sentirsi Chiesa. S. Teresa di
Gesù Bambino ha instillato nel cuore di tutti il desiderio di
essere nel cuore della Chiesa nostra Madre l'Amore! Sembra che ripeta al nostro cuore: Amiamo la Chiesa! Amiamola sempre,
soprattutto quando soffriamo per lei o anche quando soffriamo per mezzo di lei.
Sì carissimi: Amiamo la Chiesa! Ci aiutiamo davvero a vicenda a progredire nell'amore della Chiesa? A questo scopo, dobbiamo
innanzi tutto imparare di nuovo ad amarci singolarmente.
Coloro che osservavano i primi cristiani non dicevano: “guardate come ci amano”, ma: “guardate come si amano”. Noi dobbiamo sperimentare l'armonia di una doppia appartenenza: appartenenza alla comunità diversificata degli uomini e appartenenza alla comunità unita dei discepoli di Cristo. Dobbiamo ritrovare la Chiesa non come una carcassa sociologica ma una comunità fraterna, nelle cui profondità sovrabbondano le energie di Dio. Solo un vero credente può amare la Chiesa. La Chiesa ha bisogno di esser amata che riformata, perché l'uomo sa vedere solo nella misura in cui ama.
Amare la Chiesa significa senza dubbio volerla sempre più bella,
ma anche toccarla con le mani di Cristo, mani piene di misericordia.
La Chiesa è come la luna. La luna vista da vicino è solo polvere e
sassi: ma nel suo insieme è capace di riflettere la luce del sole e di illuminare il buio delle nostre notti. Così la Chiesa a vederla è fatta di uomini e di donne con limiti e difetti: eppure è capace di rendere
presente e di far incontrare Gesù vivo. A questo proposito vorrei raccontarvi una parabola.
E' la parabola dell'asino della parrocchia.

Tre contadini si misero d'accordo di avere in comune un asino per
lavorare i loro campi. Il primo contadino fece lavorare l'asino da
mattino a sera e poi lo portò nella stalla senza dargli da mangiare:
“Ci penserà domani il mio amico”. Il secondo contadino fece lavorare l'asino da mattino a sera e poi lo portò nella stalla senza dargli da mangiare: "Ha già mangiato ieri e mangerà domani". Il terzo contadino fece lavorare l'asino da mattino a sera e poi lo portò nella stalla senza dargli da mangiare: "Sono sicuro che ci hanno pensato gli altri". La mattina seguente trovarono il povero asino morto stecchito. La parrocchia è un po' come l'asino della favola. Tutti chiedono e dicono quello che la parrocchia dovrebbe fare: "La parrocchia dovrebbe avere un Consiglio Pastorale efficiente… dovrebbe pensare di più ai giovani… dovrebbe pensare agli anziani e ai malati… dovrebbe organizzare gite e feste… dovrebbe … dovrebbe… dovrebbe…".
Tutti chiedono, ma pochi danno. Se tutti chiedono pensando che ci sono altri a fare, è già tutto finito: l'asino della parrocchia è morto. Forse l'atteggiamento giusto potrebbe essere: “Siccome io chiedo
questo servizio alla parrocchia, siccome io sento importante questa iniziativa, mi metto a disposizione per farlo”. Meglio ancora sarebbe: “Mi metto a disposizione dove c'è più bisogno”.
La parrocchia vive non con il tanto di pochi, ma con il poco di
tutti
: cominciamo con il dare il nostro aiuto! Non dimentichiamo mai che ogni cristiano può testimoniare il vangelo raccontando con la propria vita l'amore di Dio per gli uomini. Soltanto se il nostro cuore saprà parlare di Gesù da “innamorato” potrà affascinare gli altri sull'amore di Dio. Ve lo auguro con tutto il cuore e vi saluto con affetto
vostro
don Carlo

 

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